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[Glee] Let your colors burst [PG13 - Capitolo 2/4]

Titolo: Let your colors burst
Fandom: Glee
Pairing/Personaggi: Kurt/Blaine
Rating: PG13
Genere: Angst, introspettivo, romantico 
Warning: Slash
Disclaimer: No, chiaramente Glee non è mio e non ci guadagno nulla (purtroppo).
Riassunto: Non fu amore a prima vista, non fu perfetto e non fu facile. Ma sì, fu comunque amore.


 

LET YOUR COLORS BURST

CAPITOLO 2

Kurt aveva avuto un sacco di momenti imbarazzanti con suo padre. E alcuni anche particolarmente difficili.
Erano ormai arrivati ad un punto di comprensione reciproca che difficilmente qualcosa avrebbe potuto scalfire quell’equilibrio, Kurt ne era convinto.
Era anche abbastanza convinto che far sapere a suo padre che , aveva intenzione di uscire con un ragazzo e che no, non ci sarebbe stato nessun altro, ma che, hey, non avrebbe dovuto preoccuparsi perché erano soltanto amici, rientrasse in uno di quei momenti imbarazzanti e difficili. Più il primo che il secondo.
In realtà Kurt aveva ipotizzato reazioni molto peggiori, doveva ammetterlo. Solo che lo sguardo comprensivo, consapevole e tipicamente da padre che Burt gli rifilò, non riuscì a non farlo arrossire un po’ sulle guance.
“È il tuo ragazzo?”
Kurt si era immaginato un’altra domanda. Una domanda che non cercasse di farlo strozzare con la saliva, magari. “No! No, papà! Te l’ho detto, è uno dei Warblers, l’ho conosciuto quando sono andato a spiarli alla Dalton, con decisamente poco successo, e siamo rimasti in contatto. Propenderei per il fatto che possiamo considerarci amici, in un certo senso. O forse è solo particolarmente interessato alla mia pessima vita sociale, il che non lo escluderei, perché assomiglia terribilmente ad una rock star. Solo versione liceale, sai? E ammetto di non avere idea del perché mi abbia chiesto di andare con lui, probabilmente ha avuto pietà di me e della mia mancanza di appuntamenti con dir si voglia, o qualcosa del genere, ma ti prometto che le sue intenzioni sono totalmente amichevoli e che non-“
“D’accordo”
Kurt si bloccò di colpo, a corto di fiato, fissando gli occhi su suo padre. “D’accordo nel senso che posso andare?”
Burt si strinse nelle spalle, prima di afferrare il bicchiere di spremuta di prugna e fico che gli aveva preparato Kurt e berlo in un solo sorso.
“Sì, nel senso che puoi andare, Kurt” rispose alla fine ad un Kurt particolarmente raggiante.
Kurt gli si lanciò addosso, stringendolo stretto tra le sue braccia, con le labbra distese in un sorriso.
Probabilmente non avrebbe dovuto essere così felice. Perché, razionalmente, sapeva che era anche abbastanza stupido.
Ma la sua vita aveva raramente picchi di vera felicità e quell’anno scolastico era iniziato in talmente tanti modi orribili, che aveva deciso che avrebbe cercato di prendere il meglio, almeno dove poteva.
Quindi sì, forse era una reazione esagerata, ma era Kurt. Tutto in lui era esagerato.
Suo padre non si sarebbe di certo sconvolto per quello.

*

Blaine sembrava un ragazzo normalissimo.
Senza divisa, qualcosa dell’aura da antico gentiluomo se n’era andata. Non totalmente, in effetti. Nonostante i capelli fossero stati liberati dalla morsa di gel e chissà cos’altro, la cravatta che spuntava da sotto il maglione gli faceva capire che a certe abitudini proprio non sapeva rinunciare.
Però c’erano anche le Converse che sbucavano dal bordo dei jeans, e un atteggiamento decisamente più rilassato che lo avvolgeva.
Blaine sembrava un ragazzo normalissimo, ma Kurt decise che gli piaceva anche questa versione.
E RENT era andato bene. Anche se Kurt doveva ammettere che la sua attenzione era rimasta altrove.
Ad esempio su quei capelli.
Ma era giusto un esempio.
Era ad un appuntamento. Con un ragazzo. Gay. E carino, Dio, Blaine era carino da morire. Era più basso di lui e i suoi capelli erano assurdi, ma…
Era stato difficile rimanere concentrato sul musical e non sbirciare di continuo il ragazzo accanto a sé. Kurt aveva deciso di smetterla di provare ad evitare che i suoi occhi cadessero su Blaine. Tanto era inutile. E così si era ritrovato ad osservarlo quando, ogni tanto, rideva per una battuta, o muoveva le labbra canticchiando fra sé e sé una canzone. Aveva deciso che RENT lo conosceva a memoria, mentre Blaine era ancora tutto da scoprire. C’erano delle priorità, ecco.
Quando Blaine si era girato verso di lui, beccandolo mentre lo stava guardando, gli aveva sorriso e dal palco era iniziata “I’ll cover you”, Kurt si era sentito arrossire. Non aveva distolto lo sguardo, grato per il buio in sala, e aveva ricambiato il sorriso.
E poi Blaine si era sporto verso di lui e gli aveva sussurrato nell’orecchio – probabilmente per non disturbare gli altri spettatori sì, ok, però… Kurt aveva avuto un attimo un problema a capire bene come si faceva a respirare – “Questa è una delle mie canzoni preferite, sai?”
L’attimo dopo era di nuovo al suo posto, ma Kurt era rimasto fermo immobile ancora per qualche secondo, come a gustarsi il fiato caldo di Blaine che gli aveva colpito il collo.
Allora era quello che si provava a sentirsi addosso il respiro del ragazzo che ti piace.
Kurt aveva cercato di concentrarsi, giusto un pochino, sullo spettacolo, ma aveva finito per continuare a lanciare occhiate fintamente distratte a Blaine e a vagare con la mente.
E ora erano lì, nel momento che Kurt aveva sperato non arrivasse mai.
“È stata una bella serata. Grazie per essere venuto con me”
Kurt gli sorrise, valutando se era appropriato che lo abbracciasse, per salutarlo. Erano amici. Era una cosa… normale. Poteva esserlo, almeno.
Ma non ci fu bisogno di pensare eccessivamente, perché fu Blaine a sporgersi verso di lui e ad abbracciarlo. Come un amico.
Non durò abbastanza per diventare imbarazzante, ma per Kurt fu sufficiente per poter sentire il suo profumo e saggiare la consistenza del suo giubbotto – e delle sue spalle – sotto le mani.
Quando si separarono, Kurt lo salutò con un sorriso. Si sentiva più felice di quanto non riuscisse a ricordare di essere mai stato.
E no, la sua vita non era improvvisamente perfetta, ma quel momento, quell’attimo specifico, era riuscito a fargli dimenticare il resto.
Per un istante era stato tutto perfetto e Kurt ne era rimasto affascinato. Intrappolato.
Blaine era riuscito ad allontanare i pensieri negativi. Anche solo per una sera. Anche solo come amico.
Era abbastanza.
Quando mise in moto la sua macchina, pronto per tornare a casa, non fu affatto difficile scegliere quale CD ascoltare. Prese la colonna sonora di RENT e l’infilò nel lettore.
E nonostante fosse proprio una cosa stupida, non riuscì ad impedirsi di ascoltare più e più volte I’ll cover you. Ogni volta sentiva il respiro di Blaine sul collo.
E ogni volta doveva costringersi a stringere il volante con un po’ più di forza.
Ma ne valeva la pena.

*

Kurt sapeva che non era molto giusto nei confronti di Mercedes, che avrebbe forse dovuto sforzarsi di più per far funzionare quell’uscita a tre e che non avrebbe dovuto donare la totalità delle sue attenzioni a Blaine. Kurt lo sapeva, ma non riusciva a cambiare la situazione.
Con Blaine stava parlando di cose su cui non aveva mai discusso con nessuno, neppure con lui (e, in effetti, non era tra i primi argomenti di conversazione chiacchierare sul Dont’ ask, don’t tell). Non lo stava facendo apposta, non voleva escludere Mercedes volutamente. In realtà, non se ne stava neppure accorgendo, del fatto che la sua migliore amica fosse sostanzialmente muta.
Mercedes successivamente gli avrebbe fatto notare, senza mascherare il sarcasmo, che “per forza, quando sei con Blaine esiste solo lui”. Che non era vero, però Kurt era abbastanza onesto con se stesso da ammettere che nelle parole di Mercedes ci fosse un fondo di verità.
Ma lui, sul serio, non lo stava facendo apposta.
E il punto era che parlare con Blaine era interessante. E lo capiva. Non doveva aver paura di fare battute, o di affrontare argomenti troppo gay, no grazie, non mi interessano, perché Blaine non avrebbe mai pensato niente del genere su di lui.
Poteva parlare del suo numero preferito di Vogue e scatenare in Blaine lo stesso entusiasmo che sentiva lui.
Quindi sì, forse stava ignorando un po’ Mercedes, ma lei la poteva vedere ogni giorno e ad ogni prova del Glee Club e a scuola e nei pomeriggi e anche a casa! Blaine no.
Era giustificato, almeno un po’.
E aveva anche provato ad integrarla nella conversazione, ma la cosa non aveva funzionato.
Aveva nuovamente finito col concentrarsi su Blaine.
Era un disastro. Soprattutto come amico. E lo sapeva.
Quando vide Mercedes roteare gli occhi su una battuta che aveva fatto invece ridere Blaine, Kurt pensò che si sarebbe fatto perdonare con una super sessione di shopping. E un mega frullato da Starbucks, se necessario (sì, era disposto anche a quello per Mercedes. Che non iniziasse a dire che non le voleva abbastanza bene).
Però giusto per un’altra oretta, poteva continuare a godersi Blaine.

*

Se avessero chiesto a Kurt di riassumere quella settimana, non avrebbe saputo da dove iniziare.
Il punto era, più che altro, che Kurt era estremamente confuso anche sui sentimenti legati ad essa. Era un ammasso indistinto, una sorta di vortice in cui gli sembrava di essere caduto e da cui non riusciva a trovare una via di fuga.
Sì, non voleva realmente fuggire da tutte le emozioni. Ce n’erano state di belle. Alcune splendide – il sorriso di suo padre, gli occhi di Carole pieni di una luce particolare, il sorriso e l’accettazione nella famiglia da parte di Finn – altre meno.
L’addio al McKinley.
L’addio ai suoi amici, alla sua scuola, al suo mondo, per andare in un posto di cui non conosceva assolutamente nulla. Blaine. Blaine era là. Ma la sua vita, la sua vera vita no.
Blaine non era la sua vita.
 Kurt non avrebbe mai voluto rovinare quel sentimento di benessere che aveva avvolto tutto il Glee Club. Non avrebbe mai voluto vedere suo padre così preoccupato, o l’espressione addolorata sul viso di Carole. Non avrebbe mai voluto dire addio a tutto, anche ai lati negativi di quella scuola, solo per paura.
Coraggio.
Non era stato abbastanza. Non era stato abbastanza forte o abbastanza sicuro o abbastanza certo da potercela fare. Avevano vinto loro. Aveva vinto la paura, ancora di più che un gesto violento o una spinta o un insulto. Essere spinto contro un armadietto lo faceva arrabbiare, lo faceva guardare quegli stupidi trogloditi privi di cervello con rabbia e un pizzico di compassione per la loro mancanza di civiltà e umanità. La paura, però, lo faceva paralizzare.
Gli bloccava il respiro in gola e gli impediva di fare qualsiasi cosa. Girare un angolo era come superare la più difficile delle prove.
“Karofsky tornerà a scuola”
Gli avevano detto così e lui non aveva sentito altro.
Sarebbe ricominciato tutto come prima. Tutto uguale. Come se nulla fosse successo.
E, sul serio, lui non avrebbe mai voluto andarsene, ma era stata la paura ad agire. Il Coraggio non era stato abbastanza.
Forse Blaine aveva sbagliato consiglio.
Forse era stato Kurt a sbagliare.
Si era odiato. Per un milione di motivi diversi. L’aveva fatto.
E la rabbia non era stata abbastanza da soppiantare la tristezza e tutto era semplicemente troppo per essere vissuto ancora.
Avevano vinto loro. E si sentiva da schifo anche per quel motivo, perché stava scappando, permettendogli di continuare ad agire indisturbati.
Karofsky era tornato al McKinley.
E Kurt se n’era andato.

*

Non aveva mai avuto difficoltà a preparare una valigia. Era ordinato e organizzato e sapeva sempre quali combinazioni di vestiti fossero più adatti per una determinata occasione.
Eppure era lì che fissava quel borsone da quasi mezzora, e il massimo che era riuscito a decidere era stato quali calzini portare. Non un granché.
Sospirò, sedendosi sul bordo del letto, cercando di evitare i vestiti impilati sopra. Era inutile portare così tanta roba. Avrebbe indossato una divisa esattamente come tutti gli altri. Non ci sarebbe stata più nessuna differenza tra lui e il resto del mondo. Per lo meno, di quel mondo.
E andava bene. Sì. Anche se quando pensava al trasferimento alla Dalton gli salivano le lacrime agli occhi e aveva voglia di afferrare il cuscino e farlo schiantare da qualche parte e gridare e un sacco di altre cose che avrebbero potuto sfociare in violenza.
Neppure il pensiero che non sarebbe stato da solo, non totalmente, perché Blaine era lì e si era preoccupato tantissimo per tutto quello che era successo, sommergendolo di messaggi, riusciva a risollevarlo.
Era solo mortalmente triste. Forse era uno di quei suoi momenti altamente teatrali, ma lui era teatrale. Non avrebbe potuto farci niente.
Lanciò un’occhiata alla sedia, su cui era appoggiata la divisa della Dalton, mentre lo sguardo gli si appannava. E avrebbe potuto dare la colpa all’uniforme – perché era veramente orribile. Come tutte le uniformi, in effetti, anche se potevano avere il loro fascino. Ma sugli altri. Su Blaine, ad esempio – ma in realtà non poteva prendersi in giro in questo modo.
La verità era che non aveva idea di cosa fare. Non che avesse scelta, in effetti. Aveva deciso di andarsene e l’avrebbe fatto e avrebbe iniziato a frequentare la Dalton, una scuola dove non venivi spinto contro gli armadietti, non dovevi aver paura di ricevere una granita in pieno viso e gli insulti non venivano tollerati. Una scuola in cui non era importante se eri gay. Perché eri comunque come tutti gli altri.
Una scuola da cui Kurt era rimasto affascinato perché gli aveva dato un minimo di speranza. La speranza che ci potesse essere un mondo in cui avrebbe potuto essere se stesso senza averne paura.
E c’era Blaine. Blaine che all’inizio della settimana gli aveva mandato un messaggio per congratularsi del matrimonio. E giusto un’ora prima gli aveva invece scritto di essere forte. Coraggio.
Kurt si prese la testa tra le mani e prese un respiro profondo, cercando di mandar via le lacrime che gli pizzicavano agli angoli degli occhi.
Coraggio.
Quando spostò lo sguardo sui vestiti accanto a lui che attendevano di essere sistemati nei suoi bagagli, Kurt decise che l’importante sarebbero stati gli accessori. Tutta la moda si basava su di essi. Non avrebbe lasciato che una divisa soffocasse il suo senso della moda.
Coraggio.

*

Quando Kurt finì di allacciarsi la cravatta, cercò di non pensare a cosa significasse tutto quello. Cercò di non prestare troppa attenzione allo specchio, di non riflettere su cosa stava per accadere e di, semplicemente, farlo accadere e basta.
Stringendo forte la cinghia della sua borsa di Marc Jacobs, iniziò a percorrere il corridoio principale della Dalton. Gli studenti si stavano già dirigendo verso le loro aule e Kurt cercò di continuare a non pensare a dove stesse andando, muovendo i piedi in automatico. Aveva già percorso quei corridoi e quelle scale più e più volte, con Blaine.
Kurt non aveva bisogno di pensare.
Non aveva neppure bisogno di sperare di non trovare uno dei soliti uomini di Neanderthal appena girato un angolo.
Non aveva bisogno di aver paura. Il massimo che aveva ottenuto, lì, era stato incontrare Jeremy, un ragazzo che gli aveva presentato il giorno prima Blaine, e battergli il cinque. In mezzo ad un corridoio. Come se fosse stata la cosa più normale del mondo.
Lo era.
Kurt doveva ancora abituarsi a tutto quello. Doveva abituarsi al non avere costantemente gli occhi di tutti puntati addosso. E quelli che lo guardavano, lì, erano probabilmente solo curiosi nel notare una faccia nuova. Non avevano intenzione di deriderlo. O di farlo sbattere contro gli armadietti in ferro.
Non doveva guardarsi le spalle, ma solo guardare avanti. E non pensare. Perché pensare lo faceva agitare e forse sì, era un tipo di agitazione completamente diversa da quando camminava lungo i corridoio del McKinley, ma c’era.
Era tutto così diverso e sorridente e uguale, che Kurt per la prima volta si rese conto del fatto che avrebbe potuto essere come tutti gli altri, se solo l’avesse voluto.
Kurt era spaventato.
Non era sicuro di volerlo.

*

Chiunque gli avesse detto che nelle scuole private non si studiava affatto perché, hey, basta pagare!, avrebbe probabilmente ricevuto un pugno in pieno volto da Kurt.
No, probabilmente no – ma il suo miglior sguardo giudicatore non gliel’avrebbe di certo tolto nessuno -, ma la tentazione sarebbe stata forte.
Si era reso conto di essere indietro su praticamente tutti i programmi. Lui, che era uno dei migliori studenti nella maggior parte delle classi, al McKinley. Tranne scienze. Ma era solo una materia, non era nulla di grave.
Lì, invece, Kurt aveva dovuto faticare per stare dietro alle spiegazioni degli insegnanti. E il fatto che fosse arrivato ad anno scolastico già iniziato non lo stava affatto aiutando.
Aveva avuto la sensazione di essere fuori luogo e indietro e ignorante, una cosa che sbatteva sempre in faccia agli altri con una sorta di sadica soddisfazione, perché la scuola era sempre stata qualcosa in cui era riuscito ad eccellere.
Fino a quel momento.
Kurt abbandonò i libri sulla scrivania della sua stanza, prima di sedersi sul letto.
Era stanco, frustrato e stanco. E gli mancava Mercedes in modi incredibili. E il Glee Club. E la sua scuola.
Ed era così stupido e stanco e perso che sì, nonostante tutto, considerava ancora il McKinley ancora come suo.
E come sempre, quando pensava alle risate con la sua migliore amica, al rannicchiarsi contro di lei e spettegolare, all’aggirarsi a braccetto con lei nei corridoi, si ritrovò con un nodo in gola e con l’incapacità di scioglierlo in qualche modo. Sembrava che tutto fosse bloccato lì, a metà strada, e che non riuscisse né a buttarlo fuori né a ricacciarlo dentro, in profondità.
Si sentiva costantemente in bilico, in quei giorni. E odiava quella sensazione. La odiava perché gli infondeva un’insicurezza tale da farlo vacillare riguardo a quelle che erano sempre state le sue certezze.
Chi era. Cosa voleva.
Si passò una mano sul viso e sospirò, cercando di deglutire e finendo per emettere un suono indistinto che assomigliava fin troppo ad un piccolo gemito. Kurt non l’avrebbe permesso di nuovo.
Prese un respiro profondo e anche se il nodo alla gola rimase lì, immobile, si alzò in piedi, si guardò rapidamente allo specchio per vedere se fosse presentabile, afferrò la sua borsa e aprì la porta della stanza. Giusto in tempo per trovarsi davanti Blaine, sorridente come il suo solito e con una mano alzata e chiusa in un pugno, pronto per bussare.
“Hey. Stavo per bussarti”
Kurt stirò le labbra in un sorriso. “L’ho notato”
“Sì, beh,” Blaine ridacchiò e abbassò la mano “ti va di venire a mangiare? Così mi racconti com’è stato la tua prima mattinata qui”
Disastrosa, grazie.
Kurt aveva la risposta sulla punta della lingua, ma si trattenne. Forse alla fine gliel’avrebbe comunque detto, ma in quel momento si limitò ad annuire e a richiudere la porta dietro di sé.
“Andiamo”
Blaine gli sorrise, prima di fargli un cenno con la testa, e Kurt si sentì leggermente meglio. E pensò che in fondo fosse fortunato a non essere completamente solo. Che sarebbe stata solo una questione di abitudine e quello era il primo giorno, era normale che si sentisse spaesato, no?
Che fosse fortunato ad avere Blaine, ad averlo accanto, a conoscerlo già.
Kurt ne era convinto.
Ma le sue previsioni per il futuro non si erano mai avverate totalmente. Avrebbe dovuto ricordarselo anche in quel momento, forse.

*

“Non so se sia una buona idea”
Blaine non spostò lo sguardo dai suoi occhi. La testa leggermente inclinata di lato, le labbra stirate in un leggero sorriso – sembrava sempre così serio, Blaine, tra quelle mura. Anche i suoi sorrisi erano piccoli e appena accennati. Ma Kurt quasi non ci fece caso - e l’attenzione tutta concentrata su di lui.
Kurt si sentiva in soggezione. E mentre cercava un modo per evitare il suo sguardo, non faceva che pensare a Mercedes e ai suoi amici e…
“Io penso di sì, ma sta a te decidere”
Kurt gli lanciò un’occhiata veloce, prima di riprendere a mangiare. “È come se li tradissi” mormorò una volta ingoiato il boccone.
In realtà ne aveva parlato con Mercedes. E lei l’aveva, beh, obbligato ad entrare nei Warblers perché non ha proprio senso che tu non canti, Kurt. Non ha proprio senso.
Secondo lui, invece, il senso ce l’aveva eccome. Ma a giudicare dalla domanda di Blaine sembrava l’unico a pensarla così.
Quando risollevò lo sguardo dal suo piatto, Blaine lo stava ancora guardando. “Solo… pensaci, ok? Non sei obbligato e solitamente per entrare nei Warblers bisogna fare un’audizione, ma ho… parlato con gli altri e sono d’accordo ad accettarti. Niente audizione. Basta che tu lo voglia, e sei dentro”
Kurt aggrottò le sopracciglia. “… e perché dovrebbero prendermi senza neppure sapere come canto?” chiese, cercando di leggere qualcosa nello sguardo di Blaine “Che cosa gli hai detto?”
Blaine sorrise, inclinandosi leggermente all’indietro fino ad appoggiarsi contro lo schienale della sedia. “Uh… che canti benissimo?”
Kurt emise un gemito sorpreso e sgranò gli occhi. “Ma non mi hai mai sentito cantare!”
“Certo che ti ho sentito! Quella volta, in macchi-“
“Quella volta non conta, Blaine!” lo interruppe lui, non lasciandogli il tempo di continuare.
“Certo che conta” rispose Blaine, non particolarmente turbato dal tono con cui gli aveva risposto “E comunque so che sei un controtenore, Kurt. Questo è bastato a convincerli. Basterebbe a convincere chiunque, in effetti”
“Potrei essere un controtenore che fa schifo” borbottò infastidito, infilzando con particolare enfasi un pezzetto di polpetta.
Blaine si limitò a sorridergli, prima di prendere il suo vassoio ed alzarsi in piedi. “Pensaci e fammi sapere. Le prove sono oggi pomeriggio”
Non gli diede il tempo di fargli notare come arrivare, chiedergli – pregarlo, anzi – di unirsi ai Warblers, inventarsi la sua bravura su due piedi – che poi Blaine non si fosse inventato proprio nulla perché era bravo e lo sapeva, grazie tante, era un altro discorso. Blaine non sapeva come cantava, non avrebbe dovuto e… - ed infine andarsene via prima che lui potesse finire il suo pranzo, fosse incredibilmente incivile e maleducato.
Kurt osservò il suo piatto con le patate mezze mangiucchiate e decise che non aveva più fame.
Lanciò un’occhiata al resto dei ragazzi presenti nella sala, tutti nella loro divisa, e desiderò ardentemente chiudere gli occhi solo per un istante e avere davanti a lui Mercedes pronta a consigliarlo.
Ma Mercedes era a due ore di distanza da lui, probabilmente intenta a decidere cosa mangiare, lottando da sola per schivare le granite in faccia che sarebbero arrivate nel dopopranzo.
Mercedes era esattamente dove l’aveva lasciata.
Fece ricadere la forchetta nel piatto con un tintinnio. Sì, aveva decisamente perso l’appetito.

*

Alla fine, Mercedes l’aveva minacciato. Gli aveva detto di entrare nei Warblers subitoimmediatamenteall’istanteKurtHummel! Perché non avrebbe tollerato il non vederlo cantare. E che tutti i loro compagni la pensavano esattamente allo stesso modo. (Beh, forse Rachel aveva avuto qualche rimostranza, ma era stata messa a tacere. Mercedes, comunque, non gliene aveva parlato e lui aveva fatto finta di non averlo intuito).
Kurt aveva deciso che se doveva entrare nei Warblers, l’avrebbe fatto in grande stile. L’avrebbe fatto per vincere alle provinciali perché avrebbe dato il meglio di sé, proprio come faceva sempre. Anche se al McKinley non era comunque mai stato abbastanza.
I Warblers, però, non si erano dimostrati esattamente come nelle sue aspettative. Aspettative dovute a cosa, poi, non lo sapeva. O sì, forse lo sapeva – perché quell’esibizione, quell’esibizione era stata illuminante per un milione di motivi diversi. Quindi sì, forse si era lasciato trasportare, ma chi non l’avrebbe fatto al suo posto? Non se ne faceva una colpa.
E razionalmente sapeva anche che era assurdo rimanerci male per la bocciatura delle sue idee, perché era il nuovo arrivato e, sul serio, non sapevano neppure come cantasse. Era lì perché Blaine aveva parlato loro di lui, non perché sapessero veramente qualcosa al riguardo.
Solo che sì, il sorriso si era bloccato a metà e non aveva saputo come proseguire. E quando gli avevano affidato Pavarotti, con tutta la pomposità del caso – e lui si era imposto di non roteare gli occhi, perché, sul serio, sembravano peggio di un circolo di zitelle di mezza età, quei tre riuniti dietro ad una scrivania -, si era lasciato andare, cercando di spezzare un po’ quell’atmosfera da ultimo arrivato. L’atmosfera da “hai tutti gli occhi addosso, vedi di non metterti in imbarazzo”. Kurt aveva pensato di fare una battuta. Era una battuta carina. Non pungente come alcune sue uscite che solitamente gli procuravano occhiatacce da parte di Rachel (non era colpa sua, comunque, se lei era una calamita per certe cose. Fosse stata un pochino più accondiscendente, Kurt gliele avrebbe risparmiate).
Nessuno aveva riso.
E sì, lui si era sentito in imbarazzo. Il sorriso che prima era solo a metà strada, adesso sembrava essersi ghiacciato sulle sue labbra.
Solo Blaine aveva stirato le labbra e abbassato la testa, l’aveva visto con la coda dell’occhio e si era rassicurato del fatto che, beh, almeno uno lì dentro aveva senso dell’umorismo.
Era già qualcosa.
Poi era stato messo nuovamente a tacere da Wes – e sì, lo sapeva che Wes non l’aveva veramente zittito, ma lui si era sentito così, quindi amen – e Kurt aveva capito veramente di non essere più al McKinley.
E non era qualcosa di negativo – se n’era andato dalla sua vecchia scuola per un motivo ben preciso, non di certo perché si era svegliato male un giorno – solo che doveva abituarsi. E, sul serio, poteva farcela.
I Warblers non erano i New Directions, e andava bene così. Non poteva pretendere che lo fossero.
Non poteva pretenderlo e non sarebbe mai accaduto. Quindi doveva accettare ciò che aveva in quel momento – idee bocciate, niente assolo per le provinciali e un uccellino di nome Pavarotti come compagno di stanza – e farsene una ragione.
La Dalton non era il McKinley e lui era solo all’inizio. Era il nuovo arrivato. Poteva farcela.
Blaine era lì. Blaine che sorrideva alle sue battute quando tutti lo guardavano perplessi. Blaine che l’aveva rincorso per le scale per dirgli di prepararsi un assolo perché aveva la possibilità di convincere i Warblers. Blaine che, Kurt ne era sicuro, aveva convinto Wes, David e quel ragazzo di cui non ricordava il nome, a dargli una possibilità.
Non era il McKinley e andava bene così. Era diverso, ma non peggiore o migliore. Doveva solo abituarsi, doveva solo conoscerli e, sì, poteva anche ammettere che Wes non era stato affatto maleducato nei suoi confronti. Doveva solo abituarsi.
E c’era Blaine. Blaine che ogni tanto lo incrociava nei corridoi, e che stirava sempre le labbra in un sorriso gentile, e che non aveva paura di sfiorargli una spalla o di farsi vedere con lui.
E c’erano anche tutti quegli altri ragazzi di cui non ricordava il nome, che si erano presentati e l’avevano accolto nelle classi e nei corridoi e nella mensa.
Non era il McKinley e andava bene così.
Era solo diverso.
Kurt poteva farcela. Era appena arrivato. Poteva farcela.

*

L’aiuto di Rachel – Rachel! Era arrivato a chiederle aiuto. Era chiaro quanto ci tenesse. La cosa sorprendente era stata, in effetti, vedere come lei avesse accettato. Era stato sorprendente. (E bello) – non era bastato.
Forse aveva sbagliato a chiedere a lei in primo luogo, ma Rachel era proprio come lui. Odiava ammetterlo, e il pensiero gli metteva anche un po’ i brividi ad essere onesti, ma era così e lo sapevano entrambi.
Comunque non era bastato.
Non aveva avuto l’assolo. Nonostante gli applausi di tutti quando aveva finito di cantare Don’t cry for me Argentina. Quando aveva finito di cantare magistralmente Don’t cry for me Argentina.
Blaine gli aveva detto di non esagerare così tanto la prossima volta. Che lì erano tutti uguali, tutti con una divisa, tutti un gruppo unico di voci. Non c’erano stelle più luminose, non doveva urlare per farsi sentire.
Non doveva gridare così forte.
Kurt l’aveva guardato, stirando le labbra in un sorriso.
Non aveva idea di come fare a non gridare. Non aveva idea di come fare per farsi ascoltare se non poteva essere così. Così teatrale ed esagerato e Kurt.
Kurt aveva guardato Blaine e sulla punta della lingua si era formata una domanda. “Tu come hai fatto?”
Ed era lì, ad un passo dal chiederglielo. Perché lo guardava e vedeva quella divisa, e quel sorriso appena accennato, e quella persona così composta e compassata e perfetta, che elargiva consigli a bassa voce e cercava di non ferirlo. Quella persona inserita talmente bene in quel gruppo che nessuno avrebbe potuto distinguerlo dagli altri.
Tu come hai fatto, Blaine?
Ma non glielo chiese.
Blaine si allontanò da lui e Kurt rimase lì, immobile e seduto, con la mente completamente vuota.
A conti fatti, forse fu quello il momento in cui avrebbe dovuto accorgersi di alcune piccole cose.
A conti fatti, avrebbe dovuto capirlo subito.
Ma non fece niente del genere.
Perché si sentiva solo, nonostante tutto. Nonostante il ragazzo che gli piacesse si sforzasse di rassicurarlo e di fare un sacco di cose carine per lui e di farlo sentire parte di qualcosa.
Ed essere parte di qualcosa di speciale, rendeva speciali. Rachel aveva sempre avuto ragione al riguardo.
Ma in quel momento, non sapeva proprio a cosa appartenesse.
Non era più nei New Directions. E non si sentiva parte dei Warblers – e Blaine, con tutta la gentilezza del mondo, doveva concederglielo, gli aveva detto esattamente quello. Brillava troppo. Non dovresti brillare così tanto.
Non si sentiva parte di niente.
Soltanto solo. Nonostante Blaine e i ragazzi tutti così gentili e disponibili ad aiutarlo. Si sentiva solo.
Si rimise in piedi solo dopo qualche minuto, percorse tutti i corridoi della Dalton e si infilò nella sua camera.
Neppure Pavarotti trillò quando lo vide entrare.

NOTE: Ok, di questo capitolo (a parte il classico: la Dalton è un collegio. Amen, ok? – anche perché, effettivamente, ancora non sappiamo se lo sia o meno. Fino a quel momento, questo rimane canon ù_ù -), devo parlare di una cosa. La voce di Chris Colfer. Ovunque viene riportato che è un soprano. E mi starebbe pure bene, ma per essere un soprano dovrebbe essere donna. Che abbia la voce come un soprano è una cosa, che lo sia, è un’altra. Chris Colfer si è definito un “countertenor” e mi starebbe bene pure questo se non fosse che in italiano esistono due traduzioni. Controtenore e tenore leggero. Ora. Io c’ho provato a capire la differenza, ma ancora adesso non so cosa sia Chris. E mi dispiace, giuro, ma… beh. Ho deciso di tenere controtenore ._.’ Se siete più afferrati di me sul canto, illuminatemi, vi prego X’D
Detto questo, spero che questo capitolo vi piaccia e grazie a tutti quelli che hanno letto il primo <3

Tags: !longfic, !warning: slash, anno: 2011, fandom: glee, longfic: let your colors burst, rating: pg13
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